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Partire dal punto A
Intervista ad Alberto Gallazzi

Partire dal punto A

Tutti hanno chiaro il proprio obiettivo, il punto B, diciamo; ma quanti, invece, conoscono il punto A, il setup da cui si parte? A mio parere, quasi nessuno.

Cercare di mappare il punto A, quindi, è fondamentale e complicato, perché si tratta di trovare elementi diversi elementi, anche fisiologici.

Le persone a volte arrivano da me con in testa ben chiaro dove vogliono arrivare, ma quando chiedo loro se si siano mai fatti un tampone salivare per misurare il livello di cortisolo, nessuno mi dice di sì.

Eppure, è importantissimo: metti caso che uno sia ipercortisolico e io, non sapendolo, gli faccia fare un WOD (Workout OF the Day) con il rischio che la sera poi non riesca ad addormentarsi perché è stressato, o che gli vada alle stelle la curva cortisolemica.

Perciò io, come trainer, devo assolutamente capire anzitutto chi sei e come sei messo, sia dentro, che fuori: magari sembra molto in forma e poi si scopre che non lo sei affatto, e che devo quindi ricalcolare tutto.

Osservo come ti muovi, cosa sai fare, se sai respirare… non posso metterti in mano un clubbel e pretendere che tu ti eserciti con quello, se non l’hai nemmeno mai visto: rischio che tu ti senta sotto pressione perché lo senti pesante, e ti sembra di essere fuori dalla tua zona di comfort.

Il mio compito, quindi, è quello di capire come sei e disegnare su di te un programma, secondo le tue misure.

Durante i corsi e gli incontri con i miei Trainer, lo dico sempre: avete tutti la possibilità di consultare dei protocolli standard, dove ci sono molte progressioni e regressioni e che quindi sono potenzialmente adatti a tutti, ma dovete fare un passo in più.

Dovete entrare nell’ottica che, quelli che verranno da voi, sono tutti diversi, potreste trovarvi uno sportivo, come uno che è rimasto per tutta la vita seduto sul divano e che di punto in bianco ha deciso che vuole tornare in forma.

È indispensabile questo passo, anche perché quello che deve fare un trainer è cercare di tracciare una linea dritta tra A e B cercando di limitare al massimo tutte le variabili, che possono essere infortuni, plateau, eccetera. Settare bene chi si ha di fronte, quindi è indispensabile.

C’è poi un altro elemento molto importante: quando si fa un lavoro di coaching, bisogna capire con chi ci si sta relazionando e cercare di entrare in connessione con la persona che ci si trova di fronte.

Io, per esempio, se mi trovo a dover avere a che fare con fighter o militari, mi sento perfettamente a mio agio, è il mio mondo: so come entrare loro nella testa, so che parole usare.

Però, in ogni caso, quando mi trovo di fronte a un’audience e devo parlare, devo settare anche me stesso per capire come posso farlo, che termini usare, ecc. Se dicessi a una casalinga «Watch my six!» (Guarda a ore 6.00, guardami le spalle), non capirebbe di cosa sto parlando. Se lo dicessi a un militare, sarebbe tutta un’altra cosa.

Una volta capito come devo comunicare, devo cercare di insegnarti quello che è più adatto al tuo modo di essere.

Alberto Gallazzi

Dal libro "Sempre Pronti"

Il ruolo di un coach e di un personal trainer è individuare il punto A, il punto di partenza, ovvero le caratteristiche specifiche della persona e le sue chiavi comunicative, per fargli compiere azioni o esercizi funzionali alla sua fisiologia e ottenere risultati che il suo fisico e la sua mente considerano normali. Allora il punto B e le alte performance saranno raggiunte senza stress e senza sforzo.

Andrea Favaretto

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